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Come smettere di vivere nel passato coltivando la mente del principiante

come smettere di vivere nel passato

Oggi parliamo di uno tra i temi più caldi delle dinamiche della mente: vivere nel passato.

Se, certamente, la mente “mente”, essa, proprio per mantenere l’illusione della menzogna, ha necessità di costruire appigli emotivi in grado di innescare, nell’immediato, quella sorta di attaccamento da cui difficilmente riusciamo a staccarci in maniera naturale, a meno che non si applichi una forma molto centrata di presenza e osservazione, proprio come la buona mindfulness insegna.

Il nostro cervello è composto da molte parti, e non entreremo certo in dettaglio nel farvi una lezione di anatomia, tuttavia è fondamentale sapere che alcune di queste parti ripropongono, ininterrottamente, sempre gli stessi modelli, gli stessi stili, gli stessi percorsi, in una parola sola gli stessi file.

Durante tutta la nostra esistenza la nostra mente è ciò che è diventata con il tempo, influenzata da tutte le esperienze che hanno lasciato degli imprinting nei percorsi neuronali, ovvero la connessione dei neuroni.

Tali connessioni modificano le sinapsi, cioè i percorsi di collegamento, e quando ci accade un evento emotivo impattante, questo si deposita nelle parti addette alla memoria, seppur vangano classificate diverse forme di memoria, a seconda delle zone di trattenimento.

E allora, qual è l’effetto di tutto questo? Esattamente il contrario del vivere, presenti, nel qui e ora. Infatti la mente propone ricordi del passato, e così, anziché vivere centrati nel costruire il nostro futuro, perdiamo pezzi cercando di tenere collegate tutte le fotografie del nostro passato, per paura che se mai lasciassimo andare qualcosa, sentiremmo un dolore della perdita che ci richiamerebbe quello strano senso di morte, e, del resto, chi vorrebbe morire?

Di certo quei percorsi fissati nel nostro cervello stanno bene così, e ci vogliono stare il più a lungo possibile.

É qui che succede, dunque, che il nostro presente continua a costellarsi di una miriade di esperienze che già conosciamo, dove cambiano gli interpreti e, tal volta, anche le scenografie, ma la sostanza rimane sempre quella.

Così, pur non rendendocene conto, la mente riproporrà il passato ripetuto e, tuttavia, ci farà pensare che, nonostante tutto, ieri andava meglio di oggi. E questo è davvero un grande gioco di illusionismo.

Perché pensiamo al passato

Alla mente, in generale, l’incognita del futuro spaventa, poiché non può programmare nulla se non calcolare una miriade di infinite possibilità, dunque gioca con noi a far finta di essere preoccupata ma, in sottobanco, sta già preparando la solita storia per noi, di modo da rinforzare quei ricordi del passato che devono rimanere sacri, al primo posto.

E come lo fa? Proiettando una storia che si ripete, vibrando, molto sottilmente, a quelle frequenze del passato che daranno origine a comportamenti sempre uguali (anche se ce la racconteremo dicendo che questa volta ci stiamo comportando in modo diverso), così da provocare, all’esterno, sempre le stesse risposte.

E così confermare che è meglio rimanere collegati al passato, almeno quello lo si conosce già, un po’ come alcuni genitori fanno con i propri figli impendendo loro di “sporcarsi” di vita.

Ma se noi rimaniamo collegati al passato come facciamo a sganciarci da quell’incastro che ci porta tutti a essere dei fantastici esemplari in gabbia?

vivere nel passato

Rimanere bloccati nel passato

C’era una volta, nel lontano mondo del senza tempo, una regina che, dopo essere stata ferita nel suo cuore, decise che mai più avrebbe sofferto, così costruì un mondo fatto di illusioni e ricordi, quelli più belli.

Dapprima si sentiva perfettamente felice di vivere quel tipo di dimensione poiché aveva tutto ciò che l’aveva resa felice, escludendo tutto il resto. Eppure il tempo passava e lei iniziava a sentire, dentro se stessa, una strana sensazione di insoddisfazione, come se le mancasse qualcosa (forse iniziava a sentire uno strano processo di risveglio?).

Così cercò di costruire qualcosa di nuovo, eppure, proprio a causa di quei filtri che lei stessa aveva messo senza condizione, ciò non le era permesso e ogni qualvolta cercasse di provare un’esperienza nuova si riproponeva, puntualmente, ciò che era quel modello di passato (certamente, almeno poteva contare su ricordi belli). Così, evento dopo evento, stagione dopo stagione, dopo un primo stato di “stordimento”, via via iniziò ad abituarsi a ciò che c’era senza ricordare più che era stata lei stessa a vietarsi di “rischiare” e, quindi, di vivere la vita.

Una piccola fiaba, di cui non racconterò il finale che vi assicuro essere a lieto fine, che rappresenta molto bene quello che succede nel nostro cervello. Il dolore va evitato, a tutti i costi, a meno che non lo si viva con volontà e in stato di coscienza.

Ma se questo non si fa, alla fine, si crea un mondo fatto di passato che, per quanto sia stato tormentato, ci rammenterà essere sempre meglio di cosa stiamo vivendo oggi. Eppure è tutto un grande inganno della nostra mente, e a lungo andare ci possiamo anche ammalare.

vivere nei ricordi

Depressione: la malattia di chi vive nel passato

Vivere nel passato è morire nel presente, e questo perché non solo impediamo a noi stessi di poter costruire un mondo fatto di esperienze meravigliose, pur nella loro complessità e non linearità, ma anche, e soprattutto, perché perdiamo un sacco di energie a livello mentale, le cui conseguenze vertono sul rimpianto, sensi di colpa, rimuginìo, apatia, rabbia, frustrazione e molto altro.

A lungo andare questo stato di mal-essere ci fa sprofondare nel baratro più totale, in quella forma di somatizzazione che viene definita, clinicamente, come depressione.

Questo tipo di depressione, infatti, porta la persona a diventare passiva e reattiva interiormente, con un forte stato di dissonanza tra la personalità che vuole uscirne e quella che, invece, fa di tutto per sprofondare sempre più in basso, lasciando che il corpo possa trovare un adattamento pigro a qualsiasi evento della vita.

“Vivere nel passato”, infatti, possiamo proprio definirla una malattia dell’essere, in quanto non ci permette di occuparci della nostra salute, di nutrirci di cose belle, per quanto rischiose, e ci inibisce nel tentare nuove strade.

Quanta pazienza, infatti, occorre avere con chi rimane in questo tipo di attaccamento? Sembra che vogliano uscirne, lamentandosi di continuo, eppure, all’atto pratico e di fronte a consigli pragmatici, non si muovono di una virgola. E noi ci stupiamo esclamando: ”Eppure erano motivati!”

Non bisogna confondere, in questo caso, la motivazione effimera che nasce dall’esigenza di trovare nuovi fonti di energia, ovvero gli altri. Spesso, in gerco sicuramente non medico, questi soggetti sono anche detti “vampiri energetici” poiché, utilizzando e sprecando appunto tanta energia, l’unico modo per rinnovarla è trovare chi potrebbe dare loro retta.

Ma attenzione, perché se non si mettono in pratica le giuste tecniche, si rischia di rimanere coinvolti in una girandola senza fine.

Allora, almeno per noi stessi che tendiamo a vivere nel passato, che cosa possiamo fare, nel pratico?

Come lasciare andare il passato in pratica

Quanti di voi hanno scaricato i 7 pilastri della mindfulness? Se non lo avete ancora fatto è fondamentale farlo!

Uno di quei pilastri, infatti, è vivere la mente del principiante.

Se non siamo presenti e vigili, in collegamento costante con il nostro sentire, inevitabilmente rispondiamo dallo spazio mentale del quale abbiamo appena letto un interessante spaccato. Ecco, allora, che in questo senso possiamo scorgere un grande limite alla nostra reale intelligenza creativa e al nostro potere di essere costantemente in “rinnovamento”.

Adottare la mente del principiante, invece, significa sospendere ogni sapere. Far finta in ogni istante di essere del tutto nuovi, senza un passato.

La presenza ci aiuta a coltivare lo sguardo dello stupore di fronte a ogni singolo attimo della nostra vita, abbandonando il filtro del già conosciuto, del già sperimentato, del “tanto lo so che è così”.

Purtroppo la maggior parte delle persone si approccia alle situazioni con l’atteggiamento della presunzione di sapere già tutto o di avere sempre ragione. E’ un processo in gran parte inconscio, che ci governa senza che noi ce ne accorgiamo.

Può accadere per esempio, che in una conversazione con un amico/un’amica, le nostre risposte arrivino da uno spazio mentale intriso di credenze, convinzioni, dogmi e luoghi comuni.

“Il mio compagno mi ha lasciato per un’altra donna”

“Beh, certo, lo sapevi che era un dongiovanni, cosa ti aspettavi?”

“Il mio datore di lavoro mi nega l’aumento e non riconosce il mio impegno”

“Ovvio! I commercianti sono tutti dei grandi furboni, non lo sai che il loro interesse è solo quello di arricchirsi a nostro discapito?”

“Il mio gatto da stamani sta male, vomita spesso e beve molta acqua, non capisco cosa possa avere…”

“Oh, l’anno scorso è successo anche al mio cane, poi ho scoperto che aveva un problema ai reni… vedrai che è quello!”

“Non riesco a leggere in questo periodo, mi distraggo subito e penso ad altro”

“Sarà che hai troppi pensieri! Io odio la distrazione, per fortuna non mi succede quasi mai!”

“Se stai così male perché non ti rivolgi a un terapeuta?”

“Figurati, le ho già provate tutte, non funziona niente. Tanto lo so io cosa mi serve: dovrei semplicemente vincere alla lotteria, avere tanti soldi, e allora sì che sarei felice!”

Questi esempi banali di conversazioni tra addormentati sono solo spunti per comprendere come di solito ci rapportiamo con gli altri, con il mondo, con la vita e con noi stessi: in modo meccanico lasciamo uscire dalla bocca frasi che hanno origine dal già conosciuto, da ciò che già esiste nel grande software della mente, dalle nostre o altrui esperienze che consideriamo verità assolute che si perpetuano per l’eternità.

Vivere in questo modo significa privare noi stessi dell’intuizione e della creatività, dello stupore e della meraviglia, della capacità di rinnovarci attimo per attimo, dell’autenticità del nostro Essere.

Coltivare la mente del principiante ci permette invece di lasciar andare ciò che già sappiamo, per poter ASCOLTARE il nostro sentire e trovare di volta in volta il nuovo, l’estemporaneo, l’impermanente.

Ascoltare il sentire ci permette di attingere a risposte sempre nuove, allo spazio creativo che tutto fa sgorgare nel qui e ora, all’intelligenza intuitiva che permea le nostre cellule.

Dunque, sentirci come dei principianti in ogni contesto della vita diventa una grande ricchezza in quanto ci aiuta ad avere l’umiltà di continuare a imparare, di trasformarci, di lasciar andare convinzioni limitanti, giudizi, pre-giudizi, ipotesi e verità pre-confezionate.

Essere convinti che qualcosa sia così e basta ci rende esseri umani limitati e limitanti, incapaci di vedere la bellezza dell’attimo presente, incapaci di ascoltare veramente l’altro e i nostri bisogni profondi, di entrare in empatia con ciò che ci circonda.

É come indossare un paio di occhiali che oscurano gran parte della realtà, impedendoci di vedere realmente il mondo per come è.

Adottare la mente del principiante ci permette di:

  • Ascoltare il prossimo da uno spazio di vuoto interiore, cioè sentire veramente cosa porta, cosa dice, quale è il suo bisogno, e intuire le parole più appropriate per “servirlo”;
  • Ascoltare noi stessi da uno spazio di accoglienza, senza giudizi o luoghi comuni su come dovremmo essere, cosa dovremmo fare ecc.;
  • Imparare continuamente dalla vita, dai corsi, dagli altri, dalla natura;
  • Mettere in discussione OGNI dogma, ogni verità granitica costruita nel passato, ogni informazione preconfezionata che ci viene propinata dall’esterno;
  • Guardare il mondo con gli occhi di un bambino, cioè con gli occhi dell’Essere, con stupore e meraviglia, generando così una grande apertura del Cuore alla gratitudine e alla compassione;
  • Coltivare l’umiltà necessaria a sentire che siamo canali di un’energia intelligente che agisce attraverso di noi (puoi chiamarla Dio, Universo, Amore universale, Intelligenza cosmica, non importa);
  • Migliorare la connessione con l’intelligenza intuitiva e creativa.

Allora, giusto per cominciare da qualche parte, perché non proviamo a mettere in pratica questo pilastro?

A proposito, chissà se la regina della nostra fiaba, a un certo punto della storia, non incontra il Princip-iante, di cui si innamora perdutamente…

Del resto non vi avevo detto che, comunque, sarebbe finita bene? 😉

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