L’abuso dei social media e l’abbondanza della solitudine

L’altro giorno sono salito sulla metro per andare verso il centro di Torino, dove io e Annalisa abbiamo uno studio per le nostre sedute congiunte sulla psicobiologia delle emozioni. Lungo il tragitto ho notato sempre la medesima scena: il 90% dei passeggeri, indipendentemente dall’età, aveva il telefonino in mano e muoveva le dita sullo schermo.

 

Inizialmente ho mantenuto il mio sguardo verso tutti i passeggeri, come a osservare quello che potrei definire il successo del grande inganno sociale dei nostri tempi. Ho osservato non solo l’esterno, ma contemporaneamente anche ciò che stavo provando all‘interno, notando come, quasi automaticamente, la mia mano fosse già pronta a prendere il cellulare da dentro la giacca. Allora mi sono chiesto:

“E per fare cosa?”

“Mah… Semplicemente per passare il tempo…”

“Passare il tempo? Oppure riempirlo in qualsiasi modo possibile?”

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Volatilità o Reattività

Così ho impostato la mia volontà nell’osservazione di un mio meccanismo, creando uno spazio di vuoto che, in realtà, era riempito da ciò che stavo osservando fuori di me. Non ero però del tutto soddisfatto della mia esperienza da osservatore, così ho sbirciato, in particolare, il contenuto visivo sul telefonino di una signora in piedi alla mia destra. Una signora sulla quarantina, molto ben vestita, fisico asciutto con capelli ricci e biondi. Probabilmente una donna in carriera, almeno da ciò che potevo intuire.

 

Mi sono dato il tempo di esaminare cosa attirasse la sua attenzione, scoprendo che la principale azione era: scrollare i reel di Facebook avanti e indietro soffermandosi, qua e là, su alcune immagini prima ingrandendole e poi rimpicciolendole. A un certo punto, come si sentisse osservata da me, e io lo facevo davvero senza pudore alcuno, ha immediatamente messo via il cellulare concludendo improvvisamente il suo compulsivo navigare online.

 

Pausa brevissima, perché infatti, dopo poco, quasi come in preda a una dipendenza, la vedo nuovamente fare la stessa cosa, ma questa volta lontana da me poiché aveva volontariamente preso posto a sedere.

Mentre succedeva tutto questo ho incrociato lo sguardo della persona che si è ritrovata la signora bionda e riccia accanto. Una ragazza probabilmente adolescente, con gli occhi persi nel vuoto. Occhi grandi ma spenti, colorati ma tristi, molto probabilmente immersa nelle sue storie. Così ho semplicemente aspettato che lei incrociasse il mio sguardo. Ciò è accaduto proprio poco prima della mia uscita dalla metro. L’ho guardata offrendole un piccolo sorriso prima di scendere, lasciandola con uno sguardo stupito, ma certamente più vivo e attivo.

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Indotti, sollecitati e completamente persi

In una sola corsa ho così sperimentato sia l’abuso compulsivo dei social, sia la profonda tristezza che aleggia tra le persone una di fianco all’altra, separate in realtà da un confine invisibile. Possibile che questo avvenga all’alba di una società che trova il rimedio per ogni cosa e che vuole ogni suo abitante attivo, produttivo e sempre alla ricerca della felicità?

Purtroppo la risposta è ciò che viviamo tutti i giorni, incarnando noi stessi gli ruoli che vediamo negli altri. Come in un gioco di specchi, tutti noi ci riflettiamo l’un l’altro perdendo di vista che cosa è davvero importante per noi. Non ce lo chiediamo neanche, anzi, basta riempire continuamente di immagini e video il nostro tempo facendo sì che siano quegli stessi video e immagini a vivere al posto nostro. Permettiamo a quei contenuti di stimolarci a un sorriso, all’eccitamento sessuale, a un ipnotico disgusto, alla paura di fronte a immagini raccapriccianti, o alla tristezza, attingendo alla nostra naturale capacità di immedesimarci nelle storie degli altri. E lentamente, ma inesorabilmente, la vita ci attraversa e noi ci ritroviamo a fine corsa senza neanche essercene accorti.

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