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La rabbia nel contenitore

La rabbia non viene attivata in alcune circostanze e invece in altre no. La rabbia emerge perché è già dentro di noi. Se una persona si arrabbia quando qualcuno dietro di lei suona il clacson, non è certo quell’evento che gli fa “venire” rabbia. E’ che la rabbia c’è già, sopita, non riconosciuta, e quindi sgorga per dei pretesti che il nostro inconscio considera “adeguati” per far uscire fuori l’irascibilità. Perché non tutti si innervosiscono e inveiscono contro il guidatore che ha suonato il clacson a uno stop? Perché noi siamo come dei contenitori vuoti, nel nostro stato naturale non si attivano emozioni come la rabbia, ma solo sentimenti di amore, pace, compassione e perdono nel nostro cuore. La pancia è vuota, non c’è paura, non ci sono sofferenze, non c’è inadeguatezza, non c’è rabbia.

C’è solo vuoto, silenzio e quiete, colmati da sentimenti superiori.

Se però ci hanno riempito di certe emozioni, nell’addestramento che abbiamo ricevuto da tutta la vita, allora queste emozioni sono già dentro di noi, pronte ad esplodere ogni qual volta sia “socialmente accettato e conforme alle regole”, o anche no, in certi casi in cui invece vengono represse e creano una tensione tale da poter scoppiare da un momento all’altro. Anche la rabbia può essere inserita nel contenitore vuoto, attraverso esempi, parole, azioni inadeguati rispetto al nostro bisogno evolutivo.

Dunque, nel modo in cui la famiglia, la scuola, la religione, la società ci addomesticano, esistono emozioni di rabbia, di paura, di svalutazione. Esiste il giudizio verso noi stessi, esistono scelte indotte e non sentite, esiste insoddisfazione. Ed ecco che lo sfogo esterno è come la valvola della pentola a pressione: ci “svuotiamo” momentaneamente delle nostre emozioni difficili scaricandole all’esterno senza la minima responsabilità di noi stessi. Anziché riconoscere che sono già dentro di noi, che possiamo sentirle con più gentilezza, entrarci in contatto, accoglierle, noi le teniamo in un cassetto chiuso a chiave dedicandoci all’effimero, alla lamentela, all’allontanamento dalle nostre aspirazioni, e poi ci assicuriamo che quando il cassetto si apre e le emozioni escono in modo irruento, di poter incolpare qualcuno che “ci ha fatto arrabbiare”, “ci ha reso tristi”, “ci ha messo paura”, ecc.

Con la Mindfulness questo processo è invece possibile. Si può imparare a stare nel presente e osservarci come contenitori di molte cose: emozioni, pensieri, sensazioni fisiche, in modo rilassato e vigile, senza giudizio, in uno spazio di esplorazione neutra e aperta alla comprensione. E’ uno stare di fronte alla rabbia e guardarla così com’è, senza sopprimerla, temerla, sfogarla, giudicarla. Stare. Attingere al respiro per mantenere il contatto con noi stessi e gentilmente respirare nella rabbia, osservando ciò che ci accade. Molto probabilmente avvertiamo un allentamento della tensione, della resistenza alla rabbia stessa, e diamo a noi stessi la possibilità di lasciarla dissolvere. E’ una scarica di energia, una sorta di vibrazione che avvertiamo nel corpo. Basta lasciare che ci attraversi senza sprofondarci sotto né abbatterla via.

Così guariamo, con pazienza, nel tempo.

Parola di Annalisa.

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