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Oltre il “pensiero positivo”: vivere la realtà con consapevolezza

Ti è mai capitato di sentirti dire che potresti risolvere tutti i tuoi problemi modificando il tuo modo di pensare e sostituendo i pensieri “negativi” con affermazioni mentali “positive”? 

Beh, a noi del Sentiero dell’Essere capita quasi quotidianamente di incontrare persone che nutrono questa convinzione e che ci chiedono come fare per stabilizzare il pensiero positivo nella loro mente, al fine di iniziare a vivere in pace e a raggiungere gli obiettivi tanto desiderati. 

Purtroppo però noi rispondiamo, molto umilmente, che non possiamo aiutarli in questo senso, perché non è la strada autentica da imboccare per perseguire un’espansione di coscienza e quindi un miglioramento della propria esistenza. 

Cosa significa “pensare positivo”?

Numerosi approcci alla crescita personale insegnano alla gente una sorta di riprogrammazione mentale, nel tentativo di governare i pensieri e orientarli verso immagini più positive della realtà. 

Pensare positivo dunque diventa un mantra quotidiano attraverso il quale le persone si sforzano di ripetere interiormente delle frasi potenzianti, che possano indurre degli stati di benessere e di felicità, perseguendo l’obiettivo di cambiare la mentalità, ossia il modo con cui la mente funziona nella costruzione delle narrazioni che racconta ogni giorno a noi stessi. 

Alcuni esempi possono essere: “Sorrido alla vita e la vita mi sorride”; “Vado bene così come sono”; “Tutto avviene per il mio bene ed è perfetto così com’è”, ecc. 

Si tratta di una forma di controllo sulla propria mente: lo sforzo di volontà per non pensare negativo e quindi per introdurre pensieri positivi, è una forma di sopruso che si tenta di compiere sui nostri processi interni. 

Ma la mente non può essere controllata. Più ci sforziamo di non pensare a qualcosa, più la mente ci pensa. Lo psicologo canadese D. M. Wegner teorizzò il cosiddetto “processo ironico”, spiegando come il tentativo di sopprimere un pensiero porti in realtà quel pensiero a riaffiorare con più forza. Tra i suoi esperimenti, ne citiamo uno in particolare: Wegner chiedeva ai suoi pazienti di provare, per un minuto, a non pensare a un elefante rosa. Le persone si ritrovavano la mente affollata di immagini e pensieri su un elefante rosa.

Il limite invalicabile di tali approcci sul pensiero positivo, risiede nel fatto che la mente razionale, quindi quella parte pensante di noi, non ha il minimo potere sulla mente inconscia. 

Dunque possiamo trovare persone che ripetono ogni giorno “Vado bene così come sono”, ma nel loro inconscio hanno registrato un livello profondo di auto-giudizio, per cui in realtà a livello di forze psichiche profonde, si percepiscono inadeguate e incapaci. Fin dagli albori della psicologia, grazie a Freud e Jung in primis, sappiamo che l’inconscio rappresenta il 95% della psiche umana, e che le forze dinamiche che risiedono al suo interno, determinano la maggior parte dei nostri comportamenti e delle nostre convinzioni. 

Tali forze, a loro volta, sono per lo più determinate da conflitti interni provenienti da epoche antiche, spesso preverbali, durante le quali siamo fatti più di corpo ed emozioni, che di pensieri e raziocinio. Dunque, ripetere mentalmente una frase positiva non può avere il potere di sanare e trasmutare i conflitti e le forze psichiche contenute nel nostro inconscio.

Inoltre, tutto quello che avviene in modo “meccanico”, ossia senza la presenza della nostra coscienza attiva, non ha minimo potere trasformativo. Possiamo anche pregare, ripetere l’hoponopono, creare affermazioni potenzianti ogni giorno della nostra vita, senza però avere consapevolezza di noi e delle nostre azioni, e quindi senza vedere il minimo cambiamento nella nostra quotidianità.

Capita inoltre che il pensiero positivo produca una maggiore repressione del nostro sentire emotivo. Se una persona compie un atto ingiusto verso di me e io provo rabbia, attraverso un serio lavoro di presenza, imparo a direzionare l’energia di rabbia in modo funzionale, non scomposto, verso la mia protezione, mettendo dei confini, prendendo una decisione, compiendo un’azione sana per me. Se invece non c’è consapevolezza del mio sentire emotivo, il rischio è di creare un pensiero positivo del tipo “Tutto è perfetto così com’è, posso accettare e perdonare”, non passare all’azione e quindi in realtà subire l’ingiustizia, e per di più tenere dentro, repressa, la rabbia senza sapere cosa stia davvero accadendo al mio interno. 

Molte persone credono di accettare e perdonare attraverso il pensiero positivo, per cui si ritengono “arrivate” da qualche parte in termini di lavoro su di sé, quando invece semplicemente reprimono ancora di più le loro emozioni e quindi non sanno attingere all’energia che potrebbe davvero farle evolvere su un piano coscienziale.

La realtà della consapevolezza

La chiave di un vero lavoro su di sé non riguarda il controllo della mente e lo sforzo di cambiare i suoi pensieri, ma riguarda un tema di coscienza: ampliare la sensazione interna di coscienza ci permette semplicemente di osservare il flusso di pensieri sentendo spazio tra noi (coscienza) e i pensieri stessi (mente), ed ecco quindi che i pensieri negativi non hanno più potere di influenzare i nostri stati interni, così come nemmeno i pensieri positivi.

Guardare la realtà con consapevolezza significa adottare nuovi occhi, gli occhi della coscienza, che possono rimanere neutri di fronte al positivo e al negativo. Un lavoro di auto-osservazione costante, disciplinato, organizzato, porta nel tempo a espandere la coscienza, a non sentirci più così influenzati da cosa pensa la nostra mente, a sentire di essere altro rispetto ai nostri pensieri. 

Quindi si conquista una libertà interiore più stabile e profonda, che ci permette di sentire cosa serve in ogni istante per il nostro e altrui massimo bene. Se una persona compie un gesto ingiusto verso di me, sento la libertà interiore di provare rabbia, senza giudizio, e di incanalarla in un’azione sana, che può essere per esempio quella di mettere un confine, di allontanarmi, di comunicare il mio dissenso, ecc. 

Dunque il vero cambiamento avviene sul piano della coscienza, non sul piano mentale. Prima di cambiare l’esterno, prima di cambiare i pensieri, è necessario cambiare il paradigma del senso del lavoro su di sé, e soprattutto il reale obiettivo del lavoro su di sé: il vero fine ultimo non è quello di indurre a forza degli stati di maggior felicità attraverso il controllo dei pensieri mentali, ma è quello di trasmutare tutti gli stati di sofferenza affinché la felicità diventi uno stato interno che non dipende da niente, né fuori né dentro di noi. E per far questo serve applicazione nel praticare un approccio alla presenza e all’osservazione dei meccanismi automatici della nostra personalità. Serve apprendere e praticare la disciplina della Mindfulness, al fine di coltivare una coscienza più ampia. 

Del resto, James Hillman, il padre della psicologia immaginale, vede la nostra psiche come un giardino interiore, nel quale coltivare consapevolezza, ossia “fare anima”: un luogo immaginale con cui entrare in contatto per conoscere più profondamente la nostra vera natura e ritrovare un contatto intimo con il nostro essere. Da questo spazio, finalmente possiamo sentire di essere altro dalla nostra mente razionale, indipendentemente da come essa orienta il pensiero.

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