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Le Constellation: una tragedia annunciata? La mente adolescente tra ingenuità e rischio

È passato solo un mese da quella notte in cui una tragedia infernale ha freddato l’inizio del nostro 2026: come spesso succede all’inizio dell’anno, ci si augura che il nuovo possa essere migliore del precedente, soprattutto per il passato 2025 che è stato particolarmente ostile e complesso. Eppure, la notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio 2026,  nella località sciistica di Crans-Montana, in Svizzera,  in un locale dal nome particolarmente  evocativo, Le Constellation, un inferno di fuoco ha spezzato la vita di molti giovani e le loro famiglie, assumendo a tratti i connotati di un rituale di sacrificio umano che, a detta dalle indagini che stanno proseguendo, è certo si sarebbe potuto evitare. Un inizio decisamente inquietante.

Un incendio scoppiato durante i festeggiamenti di Capodanno ha causato quaranta deceduti accertati e moltissimi feriti, molti dei quali giovanissimi. E questa tragedia non ha guardato in faccia nazionalità o età. Come a ricordarci che, nelle circostanza più terribili, siamo davvero tutti uguali, almeno davanti alla morte.

Un luogo di festa, di gioia e di musica che non dovrebbe diventare una trappola mortale come, invece, si è rivelato. La causa più in evidenza, anche filmata da cellulari e oggi oggetto di molte discussioni, è stata quella delle scintille di fontane pirotecniche o bengala installate su bottiglie di champagne che hanno incendiato materiali altamente infiammabili del soffitto. Questo, in pochissimo tempo, ha provocato un “flashover”, in cui ogni superficie esposta in quella sala non a norma ha raggiunto la temperatura di autoaccensione a causa del calore irradiato, intrappolando così chi era all’interno e lasciando poco tempo per reagire o fuggire, il tutto aggravato da limitate  e ostacolate vie di fuga. All’apparenza una combinazione casuale e letale, ma vedremo nel susseguirsi delle indagini ufficiali e ufficiose quali altre verità emergeranno dal torbido di questo incubo a occhi aperti.

Una tragedia, questa, che non è solo un dramma numerico, ma anche e soprattutto simbolico e da cui ho deciso, per questo articolo, di concentrarmi su una sfaccettatura tra le tante possibili dopo aver visto i video postati sui social in cui giovani divertiti ed eccitati, incuranti di ciò che sarebbe accaduto da lì a poco dopo, riprendevano con il cellulare cosa stava accadendo. Proprio per questo vorrei guardare con occhi più profondi la relazione tra ingenuità giovanile, desiderio di esperienza estrema e rischio reale. Esiste un modo decifrabile in cui la società e le famiglie rispondono alle pressioni dei giovani, oggi? E perché la responsabilità civile continua a essere messa in fondo alla scala dei valori rispetto al profitto.

L’adolescenza come fase di trasformazione e rischio

Lo sviluppo adolescenziale non è un semplice “periodo difficile”: è una fase di intensa trasformazione cerebrale e psicologica. Nel suo libro La mente adolescente, il neuropsichiatra Daniel J. Siegel spiega come il cervello degli adolescenti sia in piena riorganizzazione, con un aumento delle connessioni e cambiamenti nei circuiti che regolano emozioni, motivazione e controllo esecutivo.

Questa fase non è caratterizzata da semplice superficialità o incoscienza deliberata, ma da una configurazione biologica e psicologica che favorisce la ricerca di novità, l’intensità emotiva, l’esplorazione sociale e la sperimentazione creativa.

In pratica, il cervello degli adolescenti ha:

  • una sensibilità maggiore alle ricompense e alle emozioni intense;
  • un desiderio di nuovo e forte;
  • un impulso a cercare esperienze estreme come parte dello sviluppo di identità e autonomia.

Questi fattori possono portare ad azioni che agli occhi degli adulti appaiono azzardate o superficiali, ma che per un giovane sono parte della costruzione di sé e della comprensione del mondo.

In letteratura psicologica si parla di tendenza a minimizzare le conseguenze negative e di una sorta di “narrazione personale d’invulnerabilità” che può accompagnare questa fase: i giovani percepiscono il rischio, ma spesso non integrano pienamente le possibili conseguenze nella loro valutazione decisionale. E oggi ancor più di ieri, in cui lo stimolo mediatico e virtuale portano a confondere limite della realtà con l’irrazionale sensazione di immortalità, il giovane, se non educato a un buon esercizio di presenza, rischia di perdersi mettendo a rischio la propria incolumità e, tal volta, quella degli altri.

Se non l’avete ancora fatto,  fate una preghiera per quei giovani che, in questa linea temporale, non hanno più la possibilità di proseguire il loro cammino insieme a noi, e una preghiera anche per quei genitori la cui quotidianità è stata cambiata per sempre. Perché il dolore degli altri è anche il nostro dolore, e insieme possiamo sostenerlo.

Sia fatta la volontà della Luce e che la luce possa schiarire menzogne, inganni e tutte le finte verità.

Ingenuità giovanile o rischio sistemico?

Il comportamento degli adolescenti non è mera superficialità, ma una manifestazione di un cervello in piena trasformazione, in cui:

  • il sistema delle ricompense e delle emozioni è particolarmente attivo;

     

  • il controllo cognitivo non è ancora pienamente sviluppato;

     

  • la pressione sociale e l’appartenenza al gruppo giocano un ruolo centrale.

     

Questo non giustifica l’assenza di precauzioni o la sottovalutazione del pericolo, ma aiuta a comprendere perché situazioni di rischio, come l’uso di pirotecniche in un locale chiuso o la mancata percezione immediata del pericolo reale, possano accadere.

L’adolescenza non è solo una fase di rischio: è anche un’opportunità di crescita, creatività, esplorazione e costruzione di relazioni profonde.
Tuttavia, in un contesto dove sicurezza, consapevolezza e cultura del rischio non sono adeguatamente coltivate, quella ricerca di esperienza può trasformarsi in tragedia.

La questione dei genitori: giudizio o comprensione?

Successivo all’evento molti commenti e giudizi si sono riversati contro i genitori dei ragazzi presenti a Le Constellation, accusati di essere “menefreghisti” o di aver lasciato troppo libertà ai figli. Ma qual è il ruolo reale di un genitore oggi?

Il ruolo di un genitore nel XXI secolo non è semplice controllo o imposizione di regole rigide, ma creare un ambiente di ascolto, limite, dialogo e guida consapevole. Un genitore non è un guardiano che elimina ogni rischio (una possibilità non realistica e nemmeno auspicabile), ma un mediatore di esperienza e significato.

Siegel sottolinea come la relazione genitore-figlio sia cruciale per aiutare l’adolescente a sviluppare:

  • autocontrollo;

     

  • capacità di riflessione sulle proprie motivazioni;

     

  • comprensione delle conseguenze reali delle azioni.

     

La presenza empatica di un genitore non elimina la tensione tra desiderio di esplorazione e sicurezza, ma favorisce una regolazione interna più efficace, permettendo ai giovani di integrare le emozioni e la cognizione in modo più equilibrato. Ma certamente il ruolo del genitore fa la differenza.

In particolare Siegel spiega come l’indipendenza di un giovane sia decisamente un falso mito da scardinare. Mi spiego meglio. Nel nostro inconscio collettivo si pensa che per crescere un adolescente dovrebbe passare dalla dipendenza dagli adulti a una completa indipendenza verso gli stessi. Niente di più sbagliato. Un percorso che possiamo definire “sano” verso l’adultità non porta alla totale separazione che sviluppa un “fai da te”, ma alla reciproca dipendenza. In questo modo le figure di attaccamento divengono un punto di riferimento oltre che uno stimolo, e costituiscono il primo vero pilastro che dovrebbe essere destinato a permanere a lungo dentro la psiche dell’adolescente.

Rischio collettivo e responsabilità di sistema

È comunque importante sottolineare che una tragedia come quella di Le Constellation non è il frutto della sola “ingenuità giovanile”. La società nel suo insieme – attraverso regolamenti, verifiche di sicurezza, responsabilità gestionali e cultura del rischio – ha una pesante parte di responsabilità. Secondo le indagini, il locale non aveva adeguate misure antincendio e le condizioni dell’edificio potevano amplificare il danno. 

In una tra le mie prime vite, prima di quella da terapeuta, ho lavorato in alcune discoteche, scrutando con molta attenzione le dinamiche complesse che esistono dietro la spietata legge del profitto, e so bene quanto, spesso, si sottovalutano precauzioni che, a vantaggio del guadagno, possono fare la differenza in caso di incidente. Tuttavia la meccanicità del capitalismo rende gli uomini bramosi di “successo” personale, anche a discapito degli altri. Un microcosmo all’interno di un macrocosmo culturale ancora radicato nella legge del più furbo.

Anche per questo tale tragedia ci porta a riflettere su come la cultura del rischio e la mancata consapevolezza collettiva possano convergere in una catena di eventi fatale: non solo per i ragazzi, ma per tutti i soggetti coinvolti.

Verso una comprensione più profonda

La mente adolescente non è recessiva o patologica: è esuberante, esplorativa, sensoriale e aperta a nuove esperienze, qualità che, se incanalate con cura, possono diventare forza e creatività. Ma senza consapevolezza, cultura del rischio e un supporto relazionale reale, queste stesse qualità possono portare a risultati tragici.

«Com’è possibile che tanti adolescenti finiscano per disperdere la loro infinita ricchezza interiore, cedendo all’illusione che “vendere” se stessi al miglior offerente possa assicurare un posto sul podio dei più forti e dei più desiderabili?» 

Che sia un cellulare, una firma, una droga o una scelta incosciente, il simbolo è sempre lo stesso: manca un’ancora interna, una bussola che aiuti a ritrovare la strada verso casa, troppo spesso odiata e scambiata per l’unico posto dentro al quale non si vuole vivere.

Se i giovani, oggi, vivono nell’incerto presente di un fallimentare passato, noi adulti abbiamo la responsabilità di offrire quanti più strumenti possiamo, e non dobbiamo risparmiarci nel distribuire la nostra esperienza, a patto di farlo senza la modalità del “professorino” o del “totalitarismo”.

L’ho già scritto altre volte e non smetto di ripeterlo: i giovani sono ciò che abbiamo dato alla luce, e se guardiamo bene quella luce, ritroviamo tutto il senso della vita, quindi rimbocchiamoci le maniche e aiutiamoci l’un l’atro per creare un cerchio di sana protezione e stimolo alla crescita per una generazione che, come noi prima di loro, desidera trovare il proprio spazio nel mondo.

Forse il vero insegnamento di questa tragedia è proprio questo: spostare lo sguardo dal giudizio alla comprensione, dalla colpa alla responsabilità condivisa. Perché prendersi cura dei giovani significa prendersi cura del futuro, ma anche del modo in cui, come società, scegliamo di stare accanto alla vita mentre cresce.

Questo intervento ha il solo fine di divulgare informazioni sull’essere umano e nuovi punti di vista, dando strumenti di conoscenza e di studio e strumenti della relazione d’aiuto, non è da considerarsi in alcun modo suggerimento medico o psicologico.

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