Forse anche tu non dormi la notte perché pensi a come anche oggi la tua capa ti ha trattato male al lavoro. Pensi che non sei riuscita a difenderti, che non è giusto, che ogni volta si ripete la stessa storia: cerchi di fare del tuo meglio ma lei invece ti critica, ti controlla, ti riprende davanti agli altri. Non dormi perché sei tesa, nervosa e non sai come uscirne.
Ti comprendo. Sono molte le donne che frequentano la nostra Scuola di Coach-Counseling dell’Essere, che come te sono arrivate da noi esauste, agitate, amareggiate, incazzate, per via di altre donne, le loro “cape”, che le trattavano male.
La relazione al femminile
Questa situazione sembra paradossale perché si tende a credere che tra donne dovrebbe esserci più comprensione, più sorellanza.
Invece in molti luoghi di lavoro, soprattutto nei negozi e nel commercio, le donne che arrivano a dirigere altre donne, diventano ancora più agguerrite e tendono a usare metodi svalutanti, aggressivi e sarcastici.
Questo purtroppo è il risultato di un potente condizionamento che tutte noi abbiamo ricevuto fin dall’infanzia: agire delle logiche maschili in un corpo e in un animo femminile. Di fatto si dice “donna con le palle”, oppure “chi è che porta i pantaloni?”. Ecco, questi sono i riflessi di una società che spinge le donne a essere perennemente in guerra, in competizione, adottando modalità molto maschili.
Quando conobbi uno dei miei grandi maestri, Hernan Mamani, rimasi a bocca aperta nel primo seminario a cui partecipai: mi aprì gli occhi su una serie di dinamiche tipiche del femminile: sparlare male l’una dell’altra, essere invidiose, tentare di “fregarsi” l’uomo più bello, il cosiddetto maschio alfa, sentirsi inferiori o superiori in base ad alcune caratteristiche fisiche o estetiche o intellettuali. Nelle antiche culture, in cui vigeva un collegamento sacro con madre natura, questo non accadeva, anzi! Le donne erano un nucleo molto compatto, si sostenevano l’un l’altra nelle varie fasi della vita, dallo sviluppo alla gravidanza, dalla menopausa alla vecchiaia. Mamani mi ha insegnato la parola sorellanza, quell’unione fra donne che permette di costruire una nuova coscienza di amore.
Il mondo del lavoro
Ma oggi nei luoghi di lavoro la sorellanza non è quasi mai contemplata, anzi. Soprattutto nel commercio, nei negozi dei centri commerciali che rappresentano filiali di grandi aziende anche multinazionali, spesso le manager di filiale sono donne. Si tratta di negozi di abbigliamento, profumerie, gadgets ecc.
In quegli ambienti le donne che fanno carriera hanno alla base dei loro tratti di carattere delle dinamiche di performance e di sfida. Sono donne che hanno senz’altro ricevuto un’educazione particolare: è stato chiesto loro di essere forti, di essere brave, di raggiungere risultati più degli altri. Magari, quando erano piccole, in famiglia non ci si accontentava di un voto mediocre, bisognava avere il massimo, e nello sport non c’era spazio per il divertimento, bisognava vincere o arrivare per prime. Sono molto frequenti donne adulte che si sono dovute adattare in un sistema familiare molto richiedente, per cui ecco che hanno imparato che per essere adeguate e amate bisogna che performino. E purtroppo questo anche a discapito di altre donne.
Una nostra allieva della Scuola dell’Essere ha lavorato per una grande azienda che produce cioccolato; un’altra ha lavorato per una catena di profumerie molto famosa; un’altra ancora in un franchising di abbigliamento. E succedeva sempre la stessa cosa: le loro manager, attaccate al risultato, lottavano ogni giorno per avere il massimo del massimo dalle vendite e dalle prestazioni, per cui diventavano aggressive o indisponenti verso il personale, cercando di plasmarlo affinché potesse rappresentare la perfezione. Un incubo. Pause ristrettissime, impossibilità di scambiare una parola, turni fuori di testa, clima teso e irrespirabile.
La sensazione finale è quella di subire continuamente delle angherie, di non potersi ribellare, e quindi succede un accumulo emotivo che genera nervosismo, frustrazione, insonnia.
Cosa si può fare in un contesto del genere?
La soluzione
Se sei in una situazione del genere, la prima cosa da fare, assolutamente indispensabile, è quella di imparare a sentire la rabbia nel corpo, altrimenti continuerai a sentire tensione, agitazione, nervosismo e insonnia. La rabbia è un’energia calda, avvolgente, che si manifesta nell’addome, e se si impara a sentirla pienamente, ci dona vigore, energia, lucidità mentale. Il problema sta nel fatto che nessuno ce lo ha insegnato, a noi donne di solito viene detto di reprimerla per essere delle brave bambine. Non solo spesso ci viene chiesto di performare con i massimi risultati, ma ci viene anche detto che non ci dobbiamo arrabbiare, che siamo brutte quando ci arrabbiamo, e che la rabbia non si addice a delle fanciulle per bene.
Questo è un altro condizionamento molto nocivo. In realtà, se impari a sentire la rabbia davvero, acquisisci energia per poterla mettere nell’azione: solo così puoi trovare la forza e il coraggio di ammettere a te stessa che non vuoi più lavorare così, che tu hai diritto a qualcosa di più sano e nutriente.
Per poter mettere dei confini ai comportamenti altrui, anche se si tratta della propria capa, e per compiere delle scelte funzionali per il nostro benessere, è fondamentale imparare a sentire la rabbia nel corpo, a regolarla, e a utilizzarla in modo centrato e direzionato. In questo modo diventa assertività, determinazione, volontà, spinta all’iniziativa. La rabbia gestita in questo modo si eleva a qualità animica, a virtù propria della nostra profonda essenza.
Nella nostra Scuola di Coach-Counseling dell’Essere aiutiamo le persone a compiere questo passaggio fondamentale: dalla rabbia alla determinazione. C’è chi reprime la rabbia e non mette mai confini, non dice mai la sua, non passa mai all’azione, e c’è invece chi reagisce la rabbia in modo aggressivo, imponendosi sugli altri. Ma in entrambi i casi non serve a niente, è un’energia che non ci porta nessun benessere. Se invece impariamo a gestirla come una qualità al nostro servizio, ci permette di compiere dei passi concreti verso la nostra massima auto-realizzazione.
La presenza come spazio di trasformazione
La mindfulness non è solo una tecnica di rilassamento. È un ritorno a casa.
È la possibilità di osservare, senza giudizio, ciò che accade dentro di noi: pensieri, emozioni, impulsi, reazioni.
Quando iniziamo a praticare la presenza:
- riconosciamo i nostri automatismi;
- vediamo le dinamiche che si attivano nelle relazioni;
- impariamo a non reagire immediatamente;
- creiamo uno spazio tra stimolo e risposta.
In quello spazio nasce la libertà.
Non smettiamo di avere bisogni, ma smettiamo di esserne guidati inconsapevolmente.
Non eliminiamo le ferite, ma smettiamo di costruire la nostra identità attorno ad esse.
Relazioni sane: un incontro tra due presenze, non tra due mancanze
Una relazione sana non nasce dall’urgenza di essere completati, ma dalla capacità di stare in piedi dentro se stessi.
Quando siamo più in contatto con la nostra parte autentica:
- non cerchiamo qualcuno che ci salvi;
- non accettiamo dinamiche che ci svuotano;
- non abbiamo bisogno di rincorrere o trattenere;
- possiamo scegliere, invece di reagire.
Questo non significa diventare perfetti o invulnerabili.
Significa diventare più presenti, più onesti, più radicati.
E da lì, le relazioni cambiano.
Non perché troviamo “persone migliori”, ma perché non siamo più disposti a perdere noi stessi per essere amati.
Dalla sopravvivenza alla verità
Il lavoro interiore è, in fondo, un passaggio: dalla sopravvivenza alla verità.
Dalle strategie apprese alla libertà di essere. Richiede tempo, pazienza, coraggio.
Richiede di guardare dentro senza fuggire, di sentire senza anestetizzare, di lasciare andare ciò che non ci serve più, anche se per anni ci ha protetto.
Ma è un cammino che restituisce qualcosa di essenziale: la possibilità di vivere relazioni non più basate sulla paura o sul bisogno, ma sulla presenza, sul rispetto e su una forma di amore che non chiede di essere meritata.

