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Patch Adams: un esempio di empatia nella relazione di aiuto

Hunter Doherty Adams, detto Patch, nasce a Washington, 28 maggio 1945. I suoi primi vent’anni di vita sono costellati da instabilità, lutti, trasferimenti da un paese a un altro per via della carriera militare del padre, fino a quando, poco più che ventenne, inizia a pensare al suicidio. Dopo un periodo di depressione e vari ricoveri in istituti psichiatrici durante la giovane età, Adams comprese che aiutare gli altri era la sua cura, decidendo così di diventare medico per trasformare la medicina dall’interno, spesso troppo fredda e distaccata. Durante gli studi alla Georgetown University, ha contestato l’approccio accademico tradizionale, proponendo la risoterapia e l’empatia come strumenti terapeutici fondamentali per i pazienti. Nel 1971 ha fondato il Gesundheit Institute, una struttura sanitaria che per anni ha curato oltre 15.000 persone gratuitamente, integrando medicina tradizionale e alternative. Di fatto è considerato il fondatore della Clow terapia: ancora oggi Adams gira il mondo per fare formazione in numerosi ospedali.

Nel 1998 è uscito il film, dal titolo “Patch Adams”, che ho di nuovo rivisto qualche sera fa e che mi ha ispirato nel condividere con voi questo articolo.

Tornare a “casa”

L’inizio del film porta subito una riflessione profonda e connessa al resto della storia e al suo significato: il bisogno umano ancestrale di ritornare a casa, soprattutto nei momenti di sofferenza, dove “casa” non è solo un luogo fisico familiare, ma anche una destinazione, una possibile visione. Negli avvicendamenti del film, questo concetto viene mostrato più volte come uno spazio psichico al quale un paziente può essere aiutato a tornare, attraverso la cura, anche nel momento di maggiore sofferenza, ossia l’istante del trapasso.

Patch Adams ci mostra come l’attitudine alla cura non è solo tecnica, ma è qualcosa di profondamente umano, che si esprime con la vicinanza, la comprensione, la capacità di stare insieme al dolore senza lasciarsi travolgere ma nemmeno diventando freddi e insensibili. Quando intuisce dei modi creativi per far divertire dei bambini malati, quando permette a un paziente di rivivere un safari simulato con dei palloncini, quando aiuta il suo compagno di stanza nell’ospedale psichiatrico a liberarsi dagli scoiattoli immaginari, quando entra in empatia con il paziente terminale aggressivo, in ognuno di questi esempi, compie un passaggio di coscienza differente, che permette alle persone di sentirsi un po’ più a casa, dentro se stesse, e opera un cambiamento nel loro modo di affrontare la sofferenza.

D’altro canto Adams si trova immerso in un paradigma lontano dalle sue intuizioni e dalla sua modalità di cura, e questo gli risulta chiaro innanzitutto grazie all’esperienza personale che vive nel suo ricovero in un ospedale psichiatrico: medici e infermieri incapaci di sintonizzarsi emotivamente con i pazienti, totalmente privi di sensibilità e di empatia. Con il sarcasmo, l’indifferenza, la supponenza e l’aggressività, si relazionano con la malattia mentale come se fosse una colpa ineluttabile senza via di uscita, togliendo dignità e speranza alle persone. 

Ma anche all’interno della sua formazione universitaria, incontra una linea di confine molto netta tra la sua visione di cura incentrata sulla vicinanza umana al paziente, e la visione accademica strettamente connessa alle regole, alle metodologie, all’asetticità. Ed è lì che diventa una guerra. Il decano Walcott rappresenta il simbolo dello stereotipo del medico distaccato che applica protocolli e metodi senza nessun coinvolgimento con i pazienti, con l’idea di evitare ogni genere di transfert. Nel suo discorso finale di fronte alla commissione medica che dovrà giudicare la sua espulsione o meno dal corso di studi, Adams lancia una provocazione proprio su questo: perché doversi proteggere a tutti i costi dall’empatia verso il paziente? Chi ha generato questa regola? E aggiunge che senz’altro non è stato Ippocrate. In quel passaggio magistrale del film, Adams riflette sul senso della cura, intesa come possibilità di sollevare dalla sofferenza, offrendo non solo delle metodologie, ma anche e soprattutto la propria umanità. Chiunque venga nella mia casa è un paziente, dice, ma è anche un medico, in una sorta di visione circolare non gerarchica.

Da queste parole possiamo riflettere sul pericolo che il senso del potere può generare nella creazione di una sana alleanza terapeutica e quindi nella buona riuscita di una terapia, sia medica sia psicologica. Investire il titolo di medico, di psichiatra, di psicologo, di counselor, di un significato gerarchico connesso al potere, nutrendo dinamiche egoiche di superiorità e onnipotenza, genera distanza tra la figura di cura e l’assistito, una distanza nociva, in quanto l’assistito, più o meno inconsciamente, si sente da meno come essere umano.
Certo il rigore scientifico è fondamentale per distinguere un metodo terapeutico da un approccio amatoriale privo di evidenze sperimentali, ma questo non significa non poter esercitare anche la propria umanità attraverso delle forme di accoglienza e di sintonizzazione emotiva sentite e agite verso il paziente.

Etichettare versus vedere l’unicità

Nelle varie discipline di cura, comprese le relazioni di aiuto olistiche, si può incorrere nel medesimo rischio mostrato nel film, ossia etichettare l’assistito con il nome della sua malattia, con il nome della sua sofferenza, con il rischio di non vederlo più come una persona, ma di riconoscerlo solo tramite i suoi sintomi. Come può sentirsi in questo caso? Se invece viene esercitata una forma di umanità, grazie alla quale il terapeuta è in grado di continuare a vedere la persona nella sua unicità, con la sua storia, con i suoi desideri e le sue risorse, con la sua specifica forma di sofferenza ma anche con le sue speranze e la sua visione del futuro, allora forse aumenta la possibilità di riportare quella persona a “casa”, dentro di sé.

Le evidenze scientifiche ci dicono con chiarezza che nella buona riuscita di un intervento terapeutico e nella costruzione di una buona alleanza terapeutica, i fattori aspecifici hanno un ruolo molto più impattante rispetto a quelli specifici. Vale a dire che la differenza, prima ancora delle metodologie e delle tecniche utilizzate, la fa il terapeuta, con le sue caratteristiche personali e le sue modalità relazionali. Di fatto tra assistito e terapeuta si instaura una relazione, semplicemente perché si tratta di due esseri umani. Ed è una relazione di grande intimità, perché come terapeuti siamo di fronte alle più grandi fragilità delle persone, siamo con loro nel dolore, nella paura, in uno spazio interiore ferito che chiede di essere accarezzato e sanato.

Allora forse ci possiamo chiedere se, come in tutte le relazioni intime, la differenza la possa fare l’amore, inteso come uno stato di coscienza del terapeuta che riesce a rimanere integro e sintonizzato con la persona di cui si prende cura, per generare un campo di accoglienza che la faccia sentire di nuovo a casa, in cui possa davvero attraversare la sofferenza dandole un nuovo senso, un nuovo significato. Come proclama Adams: “Se si cura una malattia, si vince o si perde. Se si cura una persona, si vince sempre, qualunque sia l’esito della terapia”.

Questo intervento ha il solo fine di divulgare informazioni sull’essere umano e nuovi punti di vista, dando strumenti di conoscenza e di studio e strumenti della relazione d’aiuto, non è da considerarsi in alcun modo suggerimento medico o psicologico.

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