Portare attenzione alle relazioni che scegliamo di coltivare – parte I

Ogni essere umano necessita di relazioni, ma quanto è consapevole egli stesso che la relazione che cerca e trova all’esterno è sempre e solo il riflesso di quella interna?

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei!

 

E dopo aver lanciato questa bomba, mettiamo un po’ di ordine in questa prima parte, dove insieme vedremo quanto le relazioni che scegliamo di coltivare siano l’esatto schema delle nostre dinamiche interne.

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Come le relazioni influenzano il nostro comportamento e la nostra emotività

Per prima cosa la parola relazione è da ricollegarsi al latino relatio, derivante a sua volta da relatus, participio passato di referre = riferire, riportare, stabilire un legame, un rapporto, un collegamento.

 

Ed è con questo significato che comprendiamo la natura dell’uomo, il quale nasce per essere collegato a ogni altra cosa, come in uno stato di comunicazione perpetua. 

Tali collegamenti non sono tutti uguali: alcuni sono armoniosi e altri disarmonici; alcuni sono gioiosi e altri terribilmente pesanti e noiosi. Delle relazioni sono nutrienti, altre del tutto tossiche. Come mai accade questo?

 

Prima di rispondere a questa domanda, prendiamo gli studi di uno tra gli autori motivazionali più impattanti del ‘900: Jim Rohn.

Egli sosteneva che noi siamo il risultato della media delle cinque persone che più frequentiamo nella nostra vita, e per frequentazione non si intende un incontro fugace di una sera, ma un legame più stabile e importante.

 

Prima di Jim Rohn anche lo scrittore umanista Johann Wolfgang von Goethe (1749 – 1832) aveva ben osservato questa teoria, infatti proprio da lui deriva il detto “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, e aveva ragione. Ma questo fenomeno può essere visto da due punti di vista, uno riguardante l’anatomia dei neuroni specchio e l’altro alla legge dello specchio.

 

Seppur attraverso radici culturali differenti, questi due approcci hanno il comune denominatore dello specchio, e proprio su questo si basa la teoria secondo cui da una parte i nostri neuroni specchio entrano in risonanza con le persone che più frequentiamo, attivando una sorta di comportamento imitato, e dall’altra parte, invece, esiste una vera attrazione energetica e vibrazionale, secondo la quale il nostro campo di informazione richiama a noi i profili che più saranno idonei a mostrarci i nostri processi interni e le nostre dinamiche.

 

Pur guardando da due punti di vista apparentemente differenti, entrambe le teorie portano alla stessa sostanza: se noi frequentiamo qualcuno egli stesso ci rappresenta, che ci piaccia oppure no.

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Il partner e la legge dello specchio

E i nostri partner, quindi?


Vale esattamente la stessa cosa, con l’aggiunta che proprio per la forma del rapporto costante e per un periodo di tempo più o meno prolungato, meglio rappresenta un ricalco di chi siamo davvero e di quali processi di dinamiche interiori abbiamo bisogno di lavorare dentro di noi. Ripeto, dentro di noi.


Togliamoci dalla testa che ci sia qualcosa da cambiare all’esterno, sia che l’altra persona faccia cose che ci fanno stare male, sia che non faccia cose che ci fanno stare bene. Un po’ duro da digerire? Forse un po’, ma se volete che io sia sincero con voi, questo è il pegno da pagare: osservare la realtà per quella che davvero è.


Avete mai notato se esiste, per esempio, un comune denominatore tra tutti i vostri rapporti passati? Com’è possibile che i personaggi della nostra vita cambino aspetto fisico, e a volte neanche quello, e che però ricadano sempre verso gli stessi meccanismi? Tradimento, possesso, gelosia, rabbia, ripicca, soffocamento emotivo ecc.


Io sono in te e tu sei in me, ma non è per forza detto che se io me ne accorgo, tu debba fare lo stesso. In questo non esiste, inevitabilmente, una reale trasmissione, anche se in alcuni casi è anche possibile che avvenga. In questo caso si può parlare di osmosi, quel fenomeno grazie al quale basta una sola informazione impressa nel campo (una scelta diversa, una parola diversa, un cambio di stato emotivo) che anche le persone vicino a noi ne vengano influenzate, immediatamente o con effetto a distanza di tempo.


Tuttavia non possiamo e non dobbiamo aspettarci che anche dall’altra parte si apra una consapevolezza, né tanto meno che debba partire prima dall’altra persona.

Questo significa, allora, che è giusto che si sosti all’interno di una relazione che non ci fa stare bene fino a che non abbiamo risolto tutte le dinamiche interiori che sono emerse?


Da un punto di vista alchemico sì, questo sarebbe il processo, ma le storie non sono uguali per tutti e quando si è consapevoli che una relazione ci sta distruggendo, lavorare la nostra dinamica potrebbe significare, proprio, osservare la nostra passività nel perdurare dentro a una relazione che ci fa del male, manifestando un coraggio e un amor proprio che possa superare la paura dell’abbandono e della solitudine, per esempio.


Dove finisce il mio mondo e dove comincia il tuo?


Non esiste un confine delimitato e netto, ma può esistere un modo comprensivo per accogliere le reazioni che naturalmente si innescano all’interno delle relazioni. Ricordate che il principio assoluto è sempre l’apertura del cuore. Dobbiamo imparare, attraverso la presenza e l’osservazione attiva, a riconoscere cosa proviene dalla nostra personalità (insieme di meccanismi autonomi, meccanici e reattivi) e cosa, invece, dalla nostra Anima, o cuore, o parte autentica.


Quando il cuore parla, tutto assume un aspetto completamente differente, che l’altro ci arrivi oppure no, noi non possiamo e non dobbiamo scendere a compromessi. E con l’esercizio quotidiano inizieremo a vedere effetti straordinari anche nella relazione: in alcuni casi perché accadranno delle manifestazioni che ci stupiranno, in altri casi perché, semplicemente, avremo cambiato il nostro punto di vista e finalmente potremo dire: “Ora ho gli occhi per vedere”.


Ti aspetto nella seconda parte di questo articolo dove ti propongo un gioco sulle cinque persone che frequenti!


Alla prossima.

Luca Capozza

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