Come migliorare la relazione tra genitori e figli attraverso il cibo

Argomento molto complesso e certamente variopinto, quello della connessione tra il cibo e le relazioni: come e cosa mangiamo con i nostri figli, i nostri genitori, il nostro partner e i nostri amici? Abbiamo mai notato quante interrelazioni esistano all’interno di queste apparenti abitudini quotidiane? 

Dimmi come mangi e ti dirò chi sei!

Lasciate, allora, che io possa fare un distinguo tra due orientamenti affini ma diversi: quello delle relazioni affettive (rapporto tra genitori e figli) e quello delle relazioni di coppia (rapporto tra partner). 

In questo primo articolo mi addentro nelle relazioni affettive e lascerò gli aspetti più piccanti in quello delle relazioni di coppia. Quindi, utilizzando una metafora pertinente con l’argomento che stiamo trattando, potrei dire che in questo articolo faremo un excursus dolce e delicato attraverso i bisogni di cura e attenzione, mentre nel secondo precipiteremo direttamente nei meandri del salato e speziato attraverso il desiderio e la libido.

Buona lettura.

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Il bambino e la mamma: la prima esperienza di nutrimento

Esistono, secondo gli studi e le teorie del prof. Sigmund Freud, un susseguirsi di fasi della crescita del bambino che determinano, dai primi mesi ai primi anni di vita, tutta la base equilibrata o psicotica della sua vita futura.

In particolare ci soffermiamo nella prima fase, quella che viene individuata tra gli 0 e i 18 mesi, e che prende il nome di fase orale.


Questa, come intuitivamente si può comprendere, porta l’accento sull’esigenza primaria dell’infante di rimanere in vita attraverso l’unica fonte di sostentamento che, una volta uscito dal grembo della mamma, dove era alimentato in maniera del tutto diversa (i principi nutrizionali passavano attraverso il cordone ombelicale), si ritrova a dover repentinamente cambiare il suo approccio con la vita: l’introduzione del cibo attraverso la bocca. Ed è proprio attraverso di essa che inizialmente comunica con tutto il suo mondo, ovvero la madre.


Ecco che l’assunzione del cibo è collegata a un senso di piacere: mangiare, succhiare, mordere, baciare. Il piacere diventa autoerotico e il bambino non succhia solo il seno della madre, ma anche il suo pollice e il ciuccio, e ne ricava una grande soddisfazione, oltre a creare un ritmo e una routine che altrettanto ne amplificano il piacere.

É interessante osservare gli studi freudiani che evidenziano come nel bambino si crei la prima forma di attaccamento, nei confronti della madre, dalla quale prova piacere ma non solo, prima sensibile dinamica che può procurare disequilibri: la preoccupazione della presenza dell’oggetto libidico (la madre).


Il bambino, infatti, teme di rimanere solo, di essere abbandonato. Questo infuoca una terribile angoscia di annientamento, del tutto giustificata, se la si guarda dal suo punto di vista. Infatti lui non si trova nella possibilità di sostenersi da solo, dunque ha un disperato bisogno di sopravvivenza dal quale si producono paure inconsce per la propria incolumità.

Ecco la comparsa della prima archetipale forma di dualità: piacere e paura. Una forma di piacere mista a paura data dalla sensazione famelica del divorare, che potrebbe letteralmente annullare la fonte di sostegno o, a sua volta, essere egli stesso divorato per ritorsione.


Esistono tratti di personalità che sono tipici di questa fase, e molto dipende da come questa fase si sia vissuta e risolta. Ogni processo viene registrato nel nostro inconscio ed è proprio grazie a questo “ricordo invisibile agli occhi della mente razionale” che, una volta adulti, riusciamo a provare empatia e comprensione profonda gli uni verso gli altri, e, soprattutto, verso i bambini, verso i quali possiamo provare una profonda gioia nel vederli ricevere tutto ciò che, con grande cura, doniamo loro.

E allora, permettetemi di dichiararlo a gran “battitura”, è quanto mai fondamentale prendersi cura di tutto ciò che contorna l’aspetto del nutrimento. Sia che stiamo preparando un cibo per un bambino, un adolescente o un figlio adulto, portare cura e attenzione significa fare un passo mindful di osservazione profonda ai particolari: cura degli ingredienti, scelta delle portate, combinazione dei colori, armonia della tavola e molto altro…

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Esistono, secondo gli studi e le teorie del prof. Sigmund Freud, un susseguirsi di fasi della crescita del bambino che determinano, dai primi mesi ai primi anni di vita, tutta la base equilibrata o psicotica della sua vita futura. In particolare ci soffermiamo nella prima fase, quella che viene individuata tra gli 0 e i 18 mesi, e che prende il nome di fase orale. Questa, come intuitivamente si può comprendere, porta l’accento sull’esigenza primaria dell’infante di rimanere in vita attraverso l’unica fonte di sostentamento che, una volta uscito dal grembo della mamma, dove era alimentato in maniera del tutto diversa (i principi nutrizionali passavano attraverso il cordone ombelicale), si ritrova a dover repentinamente cambiare il suo approccio con la vita: l’introduzione del cibo attraverso la bocca. Ed è proprio attraverso di essa che inizialmente comunica con tutto il suo mondo, ovvero la madre. Ecco che l’assunzione del cibo è collegata a un senso di piacere: mangiare, succhiare, mordere, baciare. Il piacere diventa autoerotico e il bambino non succhia solo il seno della madre, ma anche il suo pollice e il ciuccio, e ne ricava una grande soddisfazione, oltre a creare un ritmo e una routine che altrettanto ne amplificano il piacere. É interessante osservare gli studi freudiani che evidenziano come nel bambino si crei la prima forma di attaccamento, nei confronti della madre, dalla quale prova piacere ma non solo, prima sensibile dinamica che può procurare disequilibri: la preoccupazione della presenza dell’oggetto libidico (la madre). Il bambino, infatti, teme di rimanere solo, di essere abbandonato. Questo infuoca una terribile angoscia di annientamento, del tutto giustificata, se la si guarda dal suo punto di vista. Infatti lui non si trova nella possibilità di sostenersi da solo, dunque ha un disperato bisogno di sopravvivenza dal quale si producono paure inconsce per la propria incolumità. Ecco la comparsa della prima archetipale forma di dualità: piacere e paura. Una forma di piacere mista a paura data dalla sensazione famelica del divorare, che potrebbe letteralmente annullare la fonte di sostegno o, a sua volta, essere egli stesso divorato per ritorsione. Esistono tratti di personalità che sono tipici di questa fase, e molto dipende da come questa fase si sia vissuta e risolta. Ogni processo viene registrato nel nostro inconscio ed è proprio grazie a questo “ricordo invisibile agli occhi della mente razionale” che, una volta adulti, riusciamo a provare empatia e comprensione profonda gli uni verso gli altri, e, soprattutto, verso i bambini, verso i quali possiamo provare una profonda gioia nel vederli ricevere tutto ciò che, con grande cura, doniamo loro. E allora, permettetemi di dichiararlo a gran “battitura”, è quanto mai fondamentale prendersi cura di tutto ciò che contorna l’aspetto del nutrimento. Sia che stiamo preparando un cibo per un bambino, un adolescente o un figlio adulto, portare cura e attenzione significa fare un passo mindful di osservazione profonda ai particolari: cura degli ingredienti, scelta delle portate, combinazione dei colori, armonia della tavola e molto altro...

La cura nelle azioni connesse al cibo

In generale, infatti, possiamo dire che il cibo rappresenta la vita, per tutti, e il nostro rapporto con esso, sia nella sua forma più diretta ma anche in tutto ciò che lo contorna, parla di noi. Ecco a cosa si riferisce la frase “Dimmi come mangi e ti dirò chi sei”.


Ti piace cucinare? Odi farlo? Ti comporti in modo disordinato e ossessivo quando prepari o non ne percepisci l’utilità? Quanta sacralità metti nella ritualità della preparazione del cibo?

Certamente i ritmi stressanti ai quali siamo sottoposti tendono ad annullare tutta la bellezza del prendersi cura, ed è proprio per questo che un sano esercizio Mindfulness ci potrebbe permettere di individuare quali siano davvero le priorità essenziali del nostro benessere. 

E ora vado a concludere questa prima parte dell’articolo con un piccolo test.

A quali di questi tratti ti senti maggiormente riconoscere?


  1. Passività (esigenza di ricevere cure e attenzioni)

  2. Dipendenza (aspettativa di ottenere riconoscimento e accudimento)

  3. Fiducia (tendenza a essere sempre fiduciosi su tutto)


Se hai risposto la n. 1, potrebbe essere che, se da una parte hai il tratto positivo della ricettività, da un’altra ottava puoi sconfinare nel secondo tratto, quello della dipendenza. Se hai scelto il secondo, infatti, potresti essere una persona che mai si accontenta e che si lamenta spesso, e che, soprattutto, poco fa per procurare a se stesso ciò che lo può davvero rendere felice. Il terzo tratto, invece, può sconfinare, in un’ottava bassa, all’ingenuità del concedersi con totale fiducia. Tuttavia, tra i tre, il terzo sembra essere quello che più è il risultato di uno sviluppo equilibrato di come si è vissuto la prima fase orale. Proprio da questa, infatti, ne derivano i tratti che ho appena elencato.


Ma non disperiamo: ricordiamo che abbiamo un fondamentale e potentissimo strumento, per chiunque, ed è l’auto osservazione. Praticare la Mindfulness in ogni ambito della nostra vita ci permette di “risanare” tutto ciò che è stato il nostro passato e se da soli non siamo in grado di poterlo fare, chiediamo aiuto a un professionista. Nessuno è esente dalle dinamiche dell’inconscio.


Buon proseguimento!


Luca Capozza

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